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il mio Zarathustra

Indice

2013

Salari equi

Ottimista nonostante tutto

2010

Apatia o furbizia collettiva

La fattoria di Esopo

Il ratto che balla

2009

Strategie svelate

2008

Noi formiche felici

2007

La libertà fanfalùca

Naturalizzazione
contestata


Giovani Peter Pan?

Cambio generazionale

Risse e bagarre

Andamento demografico


2006


La paura verso gli immigrati


2004

La propaganda
sbagliata


 
 

Il mio pensiero su questo bellissimo paese è tratto dalle mie esperienze
quotidiane, e dalla mia lotta su tutte le forme di pregiudizi o dicerie sbagliate.

 



Svizzera

 


Periodo 2013

Salari equi 28/10
L’iniziativa promossa dai socialisti e dai sindacati, chiede che all’interno della stessa impresa il salario massimo non possa superare di oltre dodici volte il salario minimo. In questo modo intende porre dei limiti alle retribuzioni dei dirigenti di livello più alto. I cinque motivi con cui il consiglio federale respinge l’iniziativa sono, secondo le parole del Consigliere federale Johann Schneider-Amman i seguenti. Primo, oggi la Svizzera gode di ottima salute, e un dei principali motivi di questo successo è il mercato del lavoro liberale, combinato con le buone relazioni con le parti sociali. Secondo, se passasse, l’iniziativa avrebbe pesanti conseguenze sulle finanze della confederazione e dei cantoni. Anche le assicurazioni sociali ne soffrirebbero, poiché coloro (ma quanti ?) contribuiscono a finanziare l’AVS e l’assicurazione contro la disoccupazione. Insomma per il consigliere le perdite fiscali sarebbero elevate. Terzo un abbassamento dei salari più alti non si tradurrebbe in un aumento di quelli di livello inferiore. Anzi si potrebbe prevedere che tutto il sistema retributivo sia ritoccato verso il basso. Quarto, essendoci tante possibilità di aggirare la legge, per esempio tramite l’outsourcing di alcuni elementi dell’azienda o il suo trasferimento all’estero. Quinto, accettare l’iniziativa significherebbe allestire un nuovo apparato di controllo, che si tradurrebbe in nuovi costi per le imprese e sui cittadini. Ovviamente il consiglio federale comprende l’irritazione che suscitano i salari molto elevati, ma è convinto che l’iniziativa non sia lo strumento adeguato per risolvere queste “incomprensioni”. Le regole poi sarebbero troppo severe (per chi?), e creerebbero dei nuovi problemi, invece di risolverli. Tutto questo discorso liberale (libertà del capitale), è la vera carta vincente per la prosperità dell’intero paese.

Uno studio indipendente del Centro di ricerche congiunturali (KOF) del Politecnico federale di Zurigo indica che in Svizzera solo circa nell’1,5% delle aziende, pari a 1'000-1'300 imprese, la rimunerazione più elevata è superiore a 12 volte lo stipendio più basso e complessivamente questo limite è superato da circa 4'400 persone. Complessivamente le aziende che nel 2010 avevano un divario salariale superiore a 1:12 impiegavano circa mezzo milione di persone, contro 2,91 milioni in quelle che non lo superavano.

Secondo me, l’iniziativa di Gioventù socialista non sembra avere molte chance di successo. Inoltre, raramente in passato la sinistra è riuscita a vincere quando si è trovata da sola contro le forze di centro e di destra. Nel caso che l’iniziativa passasse la misura colpirebbe soprattutto le grandi società, comprese quelle controllate dalla Confederazione, con rimunerazioni imprenditoriali molto elevate. Ecco spiegato il no da parte del governo. Come si possono fare mi chiedo delle previsioni attendibili sui possibili effetti dell’iniziativa, a causa della mancanza di esperienza con le sue misure politiche. Anche delle ipotesi teoriche sarebbero speculazioni, data l’incertezza sull’applicazione dell’iniziativa.

La mia opinione è che una ridistribuzione dei salari verso il basso farebbe aumentare i consumi a vantaggio di tutta l’economia svizzera. Ciò significherebbe anche più introiti per lo Stato, derivanti dall’imposta sul valore aggiunto (Iva) e dalle imposte sugli utili aziendali. Le mie comunque rimangono delle semplici opinioni, poiché non avendo il passaporto rossocrociato, non ho diritto di voto. Anche l’opinione dell’imprenditore e consigliere cantonale Franco Albanese, mi sembra di parte e strategicamente impostata a creare paure nella popolazione. Sarebbe attendibile se un imprenditore si pronunciasse su tali argomenti dichiarando la propria entrata e quella minima dei suoi dipendenti. Ovviamente certe cose non si dicono ma si pensano, come credo abbiano fatto molti lettori attenti e sensibili verso le categorie più deboli della nostra società. Se poi vogliamo fare passare ogni atto di equità per demagogia o populismo è sufficiente osservare la politica italiana, per vedere come si strumentalizzino le parole per trarne dei vantaggi personali.

Concludo con una citazione del grande imprenditore americano Henry Ford: “In fondo è un bene che la gente non comprenda il sistema bancario e dei soldi. Se lo comprendesse, avremmo una rivoluzione entro domani”.


Ottimista nonostante tutto 02/05
Ho apprezzato molto la testimonianza dell’insegnante Paola Frezza sul tema delle certificazioni CELI e PLIDA, soprattutto sui contenuti riguardanti l’italianità della nostra comunità e dei nostri ragazzi. La confusione, l’inerzia e l’indifferenza da parte non solo dei governi e delle istituzioni d turno, ma dell’intera comunità italofona presente in Svizzera ne fa da padrona. Basta andare alle riunioni organizzate con molto impegno da parte del CASLI, e vedere quanta poca gente vi partecipi a parte qualche insegnante e i dirigenti. Dai primi anni della scuola dell’obbligo ho mandato i miei figli ai corsi, e a parte qualche insegnante di basso livello per quanto riguarda la disciplina, il contenuto e i programmi hanno sempre avuto il mio apprezzamento e i miei figli ne hanno tratto (anche se a volte contro voglia) un buon profitto. Si è discusso per anni sulle ingiustizie dei mancati pagamenti agli insegnanti, il calo degli alunni e l’insoddisfazione degli insegnanti, che più di una volta ero tentato di mollare e lasciare i miei figli decidere di scegliere se proseguire questo cammino di “tentativo” d’innamoramento (come lo descrive l’insegnante Frezza), verso le nostre radici e tradizioni. Ebbene sono ancora ottimista, che tramite la buona volontà di tutto il corpo insegnante e di coloro responsabili delle organizzazioni, si possa proseguire affinché anche in futuro i figli che verranno della nostra comunità italiana, possano apprendere perlomeno le basi della lingua italiana. Sarebbe bello aprire una rubrica su La Pagina, in cui regolarmente chi è interessato o coinvolto direttamente possa scrivere il proprio pensiero, proporre nuove idee e tanto altro. Proporrei anche come per il liceo Vermigli, che anche gli alunni stessi possano inserire i loro articoli fatti di esperienze, o semplicemente di pensieri buttati, lì ma in qualche modo possano testimoniare, che anche loro sono presenti e contano qualcosa. Non si è mai chiesto in fondo, ai veri destinatari cioè gli alunni, cosa ne pensino della scuola e dei loro profitti personali. Sarebbe secondo noi adulti, riduttivo dare peso alle loro voci e pensieri, poiché ancora (secondo noi maggioranza) sono troppo giovani e incapaci di esprimersi. Ebbene è qui che si sbagliano tutti quelli che la pensano in questo modo. Anzi si pongono gli accenti creandone una discussione sull’importanza, l’origine e la validità di questi benedetti esami, come se per i diretti interessati avesse un significato. Che cosa può interessare che il libero cittadino definisca che PLIDA e CELI certificano il livello di competenza linguistica senza specificare se di madrelingua o meno? Ho posto questa domanda a mio figlio e mi ha guardato sbalordito e mentre si chiedeva di cosa stessi parlando, ho capito di come noi adulti possiamo contribuire o no, nel motivare i giovani allo studio e alla conoscenza in generale. Ritornando all’articolo dell’insegnante Paola Frezza, il passaggio che mi ha colpito (emozionato), è stato quando parla del vero obiettivo principale dei corsi. Il riscoprire e ritrovare in classe quel piccolo frammento e italianità che è dentro di ognuno di loro, E soprattutto che deve innamorarsene. Ecco leggendo le repliche l’effetto è esattamente l'opposto. Perché non dialogate cari insegnanti e organizzatori come propone la brava (e come lei altre) insegnanti, dei giochi, dei concorsi teatrali, letterali o musicali. Invece ogni volta che si affronta il tema dei corsi, gli argomenti ricorrenti sono i pagamenti ancora non compiuti, i tagli dei governi di turno e tutto le difficoltà organizzative. Basterebbe privatizzare i corsi e liberarsi dalla dipendenza dello stato italiano, che taglierà e non sono per l’estero ogni forma di pagamento riguardante la cultura. Da parte dei genitori sarebbe opportuno parlare un buon italiano in casa sin dalla nascita dei loro figli, comprare qualche smartphone in meno e pagare senza incertezza questi benedetti corsi. Per finire, vorrei fare un esempio di come altre comunità con problemi ben più grossi di noi italiani, affrontino la questione di trasmettere la loro lingua e cultura alle nuove generazioni. Nel mio quartiere di Seebach al Gemeinschaftszentrum mensilmente si riunisce la comunità di Sri Lanka. Vengono celebrati dei compleanni o feste di fidanzamento. Niente di stravolgente diremmo noi. Ho avuto “il coraggio” e il previlegio di assistere a uno di questi incontri, e posso affermare che è stata un’esperienza indimenticabile e commovente. Dai cibi tradizionali alla musica esotica e al grande calore umano, ai balli tradizionali dei bambini vestiti a festa, ho capito che a confronto le nostre feste ovunque sparse e settimanalmente organizzate, hanno da qualche tempo perso il vero significato originario. Cosa aspettarsi dunque dai corsi di lingua e cultura? Non è delegando le nostre supposte radici, e litigando per cause politiche, ideologiche o finanziarie, che la nostra italianità sarà tramandata ai posteri. Nella festa srilankese sopra descritta, notai che essendo meno integrati nella mentalità locale, il loro legame era molto forte e direi che sembrava un’unica famiglia. Questi sono gli insegnamenti che farebbero avvicinare i nostri figli all’italianità, e non le beghe tra “noi” anziani di prima e seconda generazione. Non ho affrontato per decenza e vergogna il tema sul sistema legislativo, fatto di previlegi, sprechi e furbizie varie. Eppure da buon italiano, dovrei poterne discorrerne allegramente e come d’abitudine trovare sempre un capro espiatorio. L’importante è riempirsi la propria pancia e mantenere la poltrona occupata, tutto il resto sono chiacchere da bar. “Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”, ricordava Paolo Vendola citando il Mahatma Ghandi. Bellissimo come concetto. Chissà se sarà messo in pratica in futuro?






Periodo 2010

Apatia o furbizia collettiva 02/12
L'interesse collettivo per la nostra comunità italiana in Svizzera (tedesca) è in via d'estinzione. Entrando in contatto con le nuove generazioni, sia in ambito lavorativo come nella vita privata, oltre a non conoscerne addirittura l'esistenza del mondo associativo, spesso molti italiani non usano neanche l'italiano o parlandolo male ne fanno un minestrone con il Switzerdütsch.

Siamo circa 300'000 immigrati italiani residenti in Svizzera e rappresentiamo la comunità straniera più numerosa della Confederazione, eppure in nessun giornale di migrazione o sito e tantomeno in qualche incontro associativo, si discute sulle questioni che riguardano noi stranieri nella vita reale.

Per esempio sulla votazione popolare del 28 novembre 2010 che riguardava l’iniziativa popolare «Per l'espulsione degli stranieri che commettono reati (Iniziativa espulsione)» e il contro progetto diretto, ossia il decreto federale concernente l'espulsione nel rispetto della Costituzione degli stranieri che commettono reati. Un’iniziativa che contravviene chiaramente alle norme fondamentali dei diritti umani. Perché nessuno che ci rappresenta alza la voce dicendo che sarebbe violato il principio costituzionale, quello che proibisce la discriminazione, poiché il fatto di aver commesso un delitto, porta a conseguenze diverse per un cittadino svizzero e per uno straniero. Lo straniero subirebbe una doppia pena poiché, oltre alla pena detentiva gli sarà imposto di lasciare il paese. Ho voluto esporre un esempio di come potrebbe la nostra comunità rappresentarci agendo, non per cambiare gli eventi ma perlomeno di provarci alzando la voce, a nome di coloro che hanno molti doveri e alcuni diritti.

Invece leggo sui giornali di locali di emigrazione che ancora si parla di petizioni per la tassa sul passaporto, di litigi tra rappresentanti, di manifestazioni culturali (sacrosante), o dei soliti pasticci politici italiani, o sulle sedi consolari che vanno chiudendo poco a poco. Mi chiedo inoltre perché i giornali d'immigrazioni si limitano a riportare (copiare) le vicende italiane, mentre sarebbe molto più utile informarci su questa società svizzera in cui viviamo. Guardiamo ogni giorno il telegiornale e navighiamo in internet e le notizie mondane o di cronaca le subiamo ogni giorno. Perché non informare i nostri giovani con delle rubriche apposite sulle possibilità scolastiche, su come meglio integrarsi. Di come gli anziani possano orientarsi meglio nella giungla burocratica ecc. sia locale che italiana.

L'orgoglio di essere italiani, di appartenere a una cultura millenaria, sta scomparendo? Il concetto di Patria e attaccamento alle proprie radici è ormai cosa da "anziani"? Partecipando alle varie feste culturali o assemble si direbbe Proprio (con tutto il rispetto per le prime generazioni).

Pensiamo ognuno solo al nostro piccolo mondo, e non c'è più una coscienza di POPOLO? Mi pare che questo problema coinvolga l'Europa intera. In più siamo ormai invasi da gente di culture totalmente diverse che creano confusione e accelerano il processo di "de-nazionalizzazione". Non che sia un male la multiculturalità, ma oltre alla globalizzazione delle merci, sarebbe opportuna una globalizzazione dei diritti spesso calpestati, per far si che le migrazioni in atto dei popoli oppressi abbia un freno o meno senso.
Ormai è appurato che l’uso di internet specialmente con la diffusione sempre più in espansione dei cellulari a larga banda di connessione, ha superato almeno tra i giovani il consumo di televisione e in ogni caso dei giornali cartacei. Per cui chi ha qualcosa da dire, annunciare o propagandare usa questi nuovi strumenti. Che poi vi siano degli abusi, usi aberranti o fuga di notizie da questo “cyberspace” fa parte della giungla tecnologica con i sui falsi miti figli di quest’epoca. Per questo insito che una riunione (esempio) dei Comites o qualsiasi altro organo associativo, fatta in un locale chiuso con circa 20-30 partecipanti non darà mai inizio ad’uno stato nascente che porterà nuove energie, idee o contributi. Filmando invece ogni evento associativo e ponendolo in qualche rete sociale (facebook, twitter) l’eco sarà esponenzialmente maggiore. Potrebbe così nascere dei dibattiti molto interessanti sui temi discussi nelle riunioni, e vi sarebbere molte più voci da ascoltare.

Coinvolgere le migliaia di famiglie italiane presenti nei vari cantoni, proponendo tramite dei forum dei veri sondaggi sulle idee più svariate. Formare dei gruppi di specialisti nelle più diverse materie, mettendo a disposizione le proprie conoscenze. Informare per esempio in tempo reale le vittime della truffa cassa pensione attuata dal’ex presidente della sede di Zurigo del patronato INCA-CGIL, su come la storia dei rimborsi segua dopo che il truffatore da che ne sappia è a piede libero dal maggio di quest’anno. Digitando in google.ch il nome del truffatore appaiono solo articoli di giornali svizzeri e tutti in tedesco. Come avere ancora piena fiducia negli enti assistenziali italiani che operano all’estero? Non sarebbe meglio che essi fossero più presenti tramite i media attuali per sostenere non solo le vittime ma anche eventuali nuovi clienti/italiani bisognosi di sostegno? Lo stesso varrebbe sull’esito misterioso della raccolta fondi per popoli bisognosi, terremotati, alluvionati ecc. Perché non pubblicare “sempre” i risultati di tali iniziative?

Vedere come nel mio piccolo quartiere di Seebach in cui vivono circa 150 alunni di famiglie italiane (statistica della Schulkreispflege di Zurigo), i corsi sono frequentati da una ventina di bambini è triste e pone molte domande sulla mentalità e in/disinformazione di noi italofoni. Per terminare direi che ho posto molti interrogativi che attendono delle risposte, anche se non mi meraviglierei del contrario. Il capitalismo, i sensi di colpa e di solidarietà nei confronti dei diversi, l'emancipazione distorta, il liberalismo sfrenato, consumismo e tanti altri ingredienti sono responsabili dell'oscena brodaglia culturale, politica ed etnica alla quale si assiste oggi. I più giovani e la politica sono solo dei pietosi specchi che riflettono l'evidente decadentismo europeo spacciato dai più come evoluzione e ammodernamento. Intanto si avvicina il S.Natale e i nostri pensieri sono rivolti al regalo da fare/ricevere e alle vacanze (per chi può) nel nostro belpaese.

Vorrei soffermarmi sul problema della campagna aggressiva in atto in Svizzera sugli stranieri, dando una mia versione del perché essa sia messa in atto e del perché la comunità italiana o le atre assistono passive. Essendoci stato sin dalle prime generazioni un rapporto più che umanitario tra le persone, ma di capo e operaio, stato o polizia e cittadino, il timore di perdere il posto di lavoro e con esso il permesso di soggiorno ha fatto si che diventassimo idealmente un solo gruppo, funzionale alla logica del mercato. I processi di auto identificazione non possono più riferirsi ai ruoli primari delle capacità personali, avvengono nella forma di rappresentazione di sé nella molteplicità dei ruoli funzionali dell'apparato economico. Ecco spiegato il disinteresse alla politica e alla vita associativa con la A maiuscola, in cui si lotti per la difesa di qualche diritto, si alzi la voce quando si viene calpestati nei propri diritti e dignità. I consolati e le sedi apposite, le azioni di protesta, l'informazione utile sul come agire, l'apparato sociale in generale non rientrano nella logica del mercato e quindi coloro che hanno a cuore le sorti dei loro interessi, investiranno anche nell'apparato mediatico affinché noi tutti rimaniamo disinformati e confusi e quindi disinteressati. Percependoci sempre meno come persone e sempre più come funzionari di un apparato tecnico-economico come aspettarsi che gli individui scelgano la solidarietà o che chi avrebbe un minimo di potere legislativo possa mettere a rischi la propria carriera lanciando accuse verso la prepotenza dei più forti? Ogni forza messa in atto dalle mie parole va contro le due uniche potenze oggi dominanti: L'economia e la tecnologia. Se un inizio potrebbe essere di raccontare e condividere le ingiustizie che giornalmente subiamo e delle proprie angosce esistenziali, forse il mondo sarebbe meno buio. L'alternativa si chiama "gossip" e reality show, mentre spopolano sempre più i "social network". Niente può sostituire un'incontro, tra persone reali senza dovere prima consultare la propria agenda elettronica.





La fattoria di Esopo 13/11
Sulle vicende ticinesi dei manifesti politici "balairatt" non posso esimermi dal esprimere la mia opinione, prendendo come riferimento le favole. Esse sono dei brevi racconti caratteristici tanto della cultura occidentale quanto di quella orientale; in essa (la favola) agiscono per lo più personaggi animali, dietro i quali è agevole individuare altrettante tipologie di comportamento umano. Esopo un'enigmatico personaggio vissuto tra il VII ed il VI sec. a.C., ci ha deliziato con numerosi racconti, ed'è il più antico autore di favole dell'antica Grecia e del mondo occidentale.

Il corvo e la volpe (favola di esopo)
Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne. Si fermò ai suoi piedi e cominciò ad adularla, facendo grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, della lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz'altro, se avesse avuto la voce.Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne La volpe si precipitò ad afferrarla e beffeggiò il corvo soggiungendo: " Se, poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe altro, per diventare re ".

Pur trattandosi di una favola con personaggi che sono animali personificati, con lo scopo esplicito di comunicare una morale, il parallelo con le vicende politiche calza a pennello. In queste manifestazioni di slogan a scopo propagandistico, appaiono ratti, corvi, pecore ed'altri animali con scarsa reputazione presso noi uomini. Il riferimento alle favole di Esopo però
è nei soggetti, in quanto le qualità palesate sono soltanto negative.

Dei 45.000 ratti che giornalmente varcano la frontiera tramite il treno Tilo, quello che come recita lo slogan "unisce", oppure accodandosi nel serpentone di lamiere che valicano giornalmente la frontiera, per rosicchiare avidamente un pezzetto di gruviera, tanto amato dai roditori in genere. Rientro poi affrettato per non tardare troppo il rimpatrio nella propria abitazione (volevo dire tana). Altri esseri più allegoricamente definiti gatti dalla "ricca" confederazione sapendo di poterci sfregiare di tale titolo, aumentano di tono gli slogan definendo i frontalieri dei (pardon si riferivano ai romeni) dei ladruncoli con tanto di mascherina. Tutti al banchetto allegramente in barba a tutti noi onesti cittadini di prima o seconda categoria. L'attore protagonista in realtà vuole essere il gatto, che per pura misericordia lascia spazio ai ratti. In cuor suo spera che in questo banchetto fatto di formaggio prodotto dalle nostrane mucche elvetiche, i ratti ci lascino qualcosa anche a noi, che seppure ben visti aldilà della frontiera, senza troppe remore possiamo tranquillamente sentirci sempre più simili a loro (i ratti). Come in ogni democrazia liberalista la catena alimentare è assicurata. Se non fosse che uno scudo fiscale o dei reati (il 70%) sono commessi da stranieri, direi che attaccare i frontalieri, e farlo buttando il sasso e nascondendo la mano è a mio parere da vigliacchi. Quanti Ticinesi sarebbero disposti se il gatto decidesse di cacciare tutti i ratti, a fare il muratore, manovale, minatore o infermiere?

Pura demagogia dico io! Entriamo in un discorso politico in cui i rappresentanti del popolo indipendentemente dai colori e nazione, non esercitano il potere in nome e al servizio del popolo, o interesse comune, ma è il cittadino a essere al loro servizio di chi esercita il potere. Questo tipo di propaganda è lecita o meno? Viola l'articolo di legge sulla discriminazione razziale, o magari quello sull'oltraggio a uno stato estero? Come già per le pecore bianche che, con un calcio, buttavano fuori dalla Svizzera delle pecore nere o con i contestati cartelloni antiminaretti il dubbio non rimane tale. La libertà d'opinione, d'espressione e di stampa non deve sfociare in comportamenti blasfemi che feriscono l'onore altrui. Ho trovato una citazione di Norberto Bobbio che dice: "Rispondere all'intolleranza con L'intolleranza può essere formalmente ineccepibile, ma è certo
eticamente povero e forse anche politicamente inopportuno. Come mai aziende svizzere affidano il lavoro a lavoratori stranieri? Ancora il seme dell'intolleranza e della disocordia si annida nell'ignoranza. In Italia si accusano i lavoratori stranieri di portare via il lavoro agli italiani, ma poi si scopre che a sfruttarli sono italianissimi imprenditori. Con la sola eccezione
dell'Antartide la regola è globale: ognuno ha i suoi "terroni".

Per ritornare alla favola di Esopo io nel personaggio della volpe vi vedrei noi emigrati di lungo corso, che usando il cervello siamo riusciti con fatica, passando dal ruolo del corvo a noi congeniale per molti decenni a quello della volpe. Amando si il nostro bel paese quando ci riferiamo alle vacanze o ai successi sportivi, ma criticandolo aspramente su tutti gli altri temi possibili. In altre parole essendo senza una vera identità agiamo unicamente per i nostri interessi personali. I corvi, pecore o ratti di turno saranno sempre altri stranieri che hanno l'unica colpa di non essersi ancora integrati. Così appena uno dei corvi appena arrivati in cerca di lavoro trova il suo pezzo di carne, vi sarà sempre una volpe sotto le più svariate sembianze a farli capire la sua inferiorità o a limitarne il proprio raggio d'azione con le solite discriminazioni che noi ben conosciamo. Anzi si potrebbe affermare che i corvi di un tempo trasformati dopo lunghe lotte in volpi asprino a diventare dei re.

Se abbiamo barattato la nostra felicità per avere più sicurezza, difendendo la nostra ricchezza e stabilità, è una conseguenza se abbiamo attratto su di noi il risentimento del mondo e l'odio dei disperati della terra. Meglio assediati ma sempre più sicuri? Di fronte alla minaccia delle nostre città in cui la criminalità dilaga, circola la paura. Riforniamo i nostri cari di telefonini per poterli reperire, evitando spesso lo sguardo di chi ci sta di fronte nei servizi pubblici o in strada, assumendo un passo veloce e l'occhio circospetto. Magari le nostre paure di tutto ciò che non conosciamo supera la realtà. Chi lo può dire? Forse siamo più emotivamente vulnerabili perchè più ricchi anche se liberi ma terribilmente soli? Per finire con una citazione del filosofo più criticato in vita e sublimato dai posteri, che scriveva: "L'uomo è un'animale non ancora stabilizzato" (F.Nietzsche). O preferiamo la più attuale: "Via ul gatt, bala i ratt"? I gatti intanto non dormono e tutti eccitati preparano la prossima abbuffata di risate e divertimento dal titolo: "Iniziativa espulsione" appuntamento il 28 novembre.





Il ratto che balla 14/10
"Bala i rat" il manifesto che appare in Ticino da qualche tempo, mi invita a nozze per un'uscita dall'anonimato. Dei 45.000 ratti che giornalmente varcano la frontiera tramite il treno Tilo, quello che come recita lo slogan "unisce", oppure accodandosi nel serpentone di lamiere che valicano giornalmente le frontiera, per rosicchiare avidamente un pezzetto di gruviera, tanto amato dai roditori in genere. Rientro poi affrettato per non tardare troppo il rimpatrio nella propia abitazione (volevo dire tana). Altri esseri più allegoricamente definiti gatti dalla "ricca" confederazione sapendo di poterci sfregiare di tale titolo, aumentano di tono gli slogan definendo i frontalieri dei (pardon si riferivano ai romeni) dei ladruncoli con tanto di mascherina. Tutti al banchetto allegramente in barba a tutti noi onesti cittadini di prima o seconda categoria. L'attore protagonista in realtà vuole essere il gatto, che per pura misericordia lascia spazio ai ratti. In cuor suo spera che in questo banchetto fatto di formaggio prodotto dalle nostrane mucche elvetiche, i ratti ci lascino qualcosa anche a noi, che seppure ben visti aldilà della frontiera, senza troppe remore possiamo tranquillamente sentirci sempre più simili a loro (i ratti). Come in ogni democrazia liberalista la catena alimentare è assicurata. Se non fosse che uno scudo fiscale o dei reati (il 70%) sono commessi da stranieri, direi che attaccare i frontalieri, e farlo buttando il sasso e nascondendo la mano è a mio parere da vigliacchi. Quanti Ticinesi sarebbero disposti se il gatto decidesse di cacciare tutti i ratti, a fare il muratore, manovale, minatore o infermiere? Pura demagogia dico io!




Periodo 2009

Strategie svelate 21/11

Ho sposato l’ateismo quale mia convinzione da molti anni ormai, e affronterò l'argomento più con la ragione che con il cuore. Trattasi di un capoverso brevissimo che ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro e divampare le polemiche, e che attira l'attenzione internazionale sulla Svizzera. Presentati nel bel mezzo di tensioni internazionali fra paesi occidentali e paesi islamici, l'iniziativa si è scontrata con un'ondata di opposizioni di cittadini che associano la
religione musulmana a fondamentalismo e terrorismo. I sostenitori
hanno argomentato di voler proibire il minareto non come simbolo
religioso, ma come simbolo di potere e conquista islamici. Inoltre aggiungo
ciò che è scritto anche negli scritti religiosi, che questo elemento
architettonico non è indispensabile per l'esercizio
della religione
musulmana. Prova ne è che anche nei paesi islamici ci sono migliaia
di moschee che ne sono sprovviste.

Non mi prolungo più sui dati già noti, che in definitiva a parte i soliti partiti xenofobi e la Lega dei Ticinesi il governo come pure il Consiglio svizzero delle religioni e le organizzazioni cristiane ed ebraiche combattono tale iniziativa.

Neppure i campanili delle chiese cristiane sono citati nella Bibbia o nelle Sacre scritture, eppure a nessuno verrebbe in mente di mettere in dubbio il loro carattere religioso, replico io. Passiamo ad un più pratico e reale "Occhio per occhio?..." dicendo che anche paesi come l'Arabia Saudita hanno sottoscritto il Patto Onu, ma sul loro territorio proibiscono l'insediamento di chiese cristiane, il possesso della Bibbia o di croci. È sorprendente che coloro che sostengono di essere contrari alla legge del taglione, poi la utilizzano per motivare il divieto dei minareti.

La verità nascosta secondo il mio modesto parere, è il rischio dell'iniziativa se dovesse passare, quello di un boicottaggio economico della Svizzera come misura di ritorsione da parte di paesi musulmani. Ma non solo. Taluni temono che in caso di divieto dei minareti la Confederazione possa diventare bersaglio di attacchi terroristici.

Già la domanda sottoposta al popolo, tanto per cambiare, è formulata in modo equivoco, percui chi non vuole i minareti deve votare SI’. Ovvero, SI’ al DIVIETO di costruire minareti. Chi accetta di restare in Svizzera deve adeguarsi sia alla votazione sui minareti, sia all’eventuale divieto. Se non ritiene di poterlo fare, nessuno lo obbliga a rimanere in Svizzera. Si invoca la costruzione del minareto in nome della libertà di religione. Ma se è vero che il minareto è un simbolo di presenza e non un luogo di culto, non può neppure essere protetto dalla libertà di religione, che è e rimane garantita. Ma è proprio qui che sta il punto: che idea possono avere della libertà di religione persone nei cui paesi è normale che chi lascia l’Islam per un’altra fede rischi le penne? Si vuole spianare la strada a persone che non sono ovviamente tutti i cittadini islamici, ma una parte sì che con la libertà di religione qualche problemino ce l’hanno. E non solo con quella, ma anche con altri diritti costituzionali.
Solo noi siamo chiamati alla tolleranza, e guai a sgarrare, o si viene tacciati di “razzismo”
(per la serie: sai quanto ce ne frega...). Siamo al punto che nel nostro paese cristiano si possono fare vignette su Gesù e sul Papa, ma su Maometto no: sempre per paura. Io direi che potrebbero esserci ripercussioni commerciali negative per la Svizzera. Valgono per chi sostiene sparlando di diritti umani, libertà di espressione un'altra divinità universale. Ossia, il dio denaro. E davanti a questa divinità, lo sanno anche i paracarri, non c’è né Dio né Allah né Buddha né Manitù né Giove Pluvio che tenga.

Perchè dopo vari tentativi riappare l'iniziativa "per il divieto di esportare materiale bellico" con molto meno clamore rispetto ai minareti? È indubbio che le armi non sono un prodotto come qualsiasi altro. Vengono fabbricate per uccidere esseri umani. Nell'epoca della «guerra contro il terrore» non esistono esportazioni d'armi che non siano problematiche. L'iniziativa vuole impedire il commercio con la morte. Eppure prevalgono le preoccupazioni negative sull’occupazione per l’industria svizzera
dell’armamento, parlando di almeno cinquemila posti di lavoro a rischio.
La realtà attuale è questa: Tra i dieci maggiori clienti dell'industria d'armamento svizzera si trovano diversi paesi implicati nella guerra in Afghanistan. La nozione di "conflitto internazionale" è chiaramente definita nel diritto internazionale e l'ordinanza sul materiale di guerra non permette le esportazioni di armi verso, per esempio gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. La prassi adottata dal Consiglio federale nel primo
trimestre del 2009 contraviene chiaramente a questa ordinanza e deve quindi essere considerata illegale. L'iniziativa meno acclamata della prima (ma ben più lucrativa per il paese) non sarebbe ben vista dall'industria e dall'economia, perchè potrebbe metterebbe l’esercito svizzero in una situazione di dipendenza dagli stati esteri e dalle loro industrie d’armamento. E’ quindi ragionevole sempre in nome del Dio denaro chiedere di dire no a questa iniziativa popolare. Ho così tentato di
svelare la strategia di proporre queste due iniziative nella stessa data, facendo passare tramite la propaganda estrema come di importanza quasi vitale "minareto si minareto no" mentre il giro di affari per il commercio più fiorente per tutte le nazioni industrializzate è passato in secondo piano. Esempio analogo di propaganda in Italia è la privatizzazione dell'acqua poco pubblicizzata, mentre non si parla d'altro che delle liti tra i vari partiti e i loro protagonisti, passando dalle escort ai colti
in fragrante in atti osceni o coinvolgimenti di corruzzione ecc. Meditate gente e chi non è un cittadino di serie b voti il prossimo weekend con la ragione.





Periodo 2008

Noi formiche felici 08/04
Dal titolo originale "Sono tempi duri per le formiche ostinatamente produttive e felici", una storiella che gira su internet e che sono sicuro interesserà a molti. Adoro questo breve racconto perché sottolinea, in linea di massima, quali possono essere gli effetti di un cattivo ambiente di lavoro. Un ambiente in cui non ti senti apprezzato, in cui nessuno si fida di te e dove nessuno ti rispetta ti rende infelice.

La formica produttiva e felice di buon mattino arrivava in ufficio. Era lì da molti anni, e passava il tempo lavorando e canticchiando motivetti allegri. Là trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d'amore. Era produttiva e felice ma, ahimé, non era supervisionata. Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l'ora di entrata e di uscita e preparò pure dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupó del telefono. E intanto la formica produttiva e felice lavorava e lavorava.

Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello Scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori. Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c'era da fare. Il Calabrone, gestore generale, pertanto, concluse che era il momento di adottare delle misure: crearono la posizione di gestore dell'area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L'incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale. Il nuovo gestore di area - chiaro - ebbe bisogno di un nuovo computer e quando si ha più di un computer é necessaria una Intranet. Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell'impresa precedente), che l'aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l'area dove lavorava la Formica produttiva e felice. La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile.

"Dovremo commissionare uno studio sull'ambiente lavorativo, un giorno di questi", disse la Cicala. Ma un giorno il gestore generale, al rivedere le cifre, si rese conto che l'unità, nella quale lavorava la Formica produttiva e felice, non rendeva più tanto. E così contattò il Gufo, prestigioso consulente, perché facesse una diagnosi della situazione. Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva: "C'é troppa gente in questo ufficio." E così il gestore generale seguí il consiglio del consulente e licenziò la Formica incazzata, che prima era produttiva e felice.

MORALE: Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice. E' preferibile essere inutile e incompetente. Gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori, tutti lo sanno. Se, nonostante tutto, sei produttivo, non dimostrare mai che sei felice. Non te lo perdoneranno. Inventati ogni tanto qualche disgrazia, cosa che genera compassione. Pero', se nonostante tutto, ti impegni ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio, almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi. La felicità come senso di soddisfazione complessiva che può essere suddivisa in aree specifiche come ad esempio la famiglia, il lavoro e le relazioni interpersonali oppure la felicità come consapevolezza di alcune nostre perfezioni. Si potrebbe credere che essa risieda in ciò che possediamo. Sicuramente anche nell'ambiente di lavoro una buon parte di felicità incontra i suoi consensi. Chiedersi se siamo felici del nostro lavoro è importante perché come scrive Primo Levi :"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi), costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono". E Pablo Neruda aggiunge: “Lentamente muore […] chi è infelice sul lavoro”. Parlando di felicità sul lavoro corriamo il rischio di venire canzonati come se la felicità in questo ambito, fosse qualcosa di assurdo ed impossibile quasi una barzelletta, mentre se si parla di benessere e salute la gente ascolta. Infatti non vi è profitto a parte per me stesso e il mio datore, mentre l'industria del benessere e dell'alimentazione è più che fiorente. Eppure, secondo me la felicità è uno stato di benessere e di salute. Star bene a livello fisico, mentalmente con sé stessi e con gli altri non vuol dire aver raggiunto la felicità? Purtroppo le nostre ansie ci sovrastano dovendo costantemente rincorre un benessere che facendo parte della modalità dell'avere è pura illusione.




 

 

Periodo 2007

La libertà fanfalùca 08/11
Volendo dare senso al titolo di questa mia riflessione prendo spunto da un tema da sempre attuale alle nostre latitudini. La minaccia rappresentata da tutto ciò che è straniero, ovvero la xenofobia. L'intento non è di aggiungere altre gocce al già vasto oceano di articoli scritti in merito, ma di porre il quesito sui significati della nostra libertà, dell'avere o dell'essere.

Il vocabolario xenofobo dei vari leader nei paesi cosiddetti avanzati, raccolgono sempre più consenso tra la popolazione indigena. Molti, nella destra italiana, vorrebbero emulare tutti quei leit motiv su cui ossessivamente si martella con slogan apocalittici. Sicurezza minacciata dai «nuovi criminali», mancò a dirlo gli immigrati, in primo luogo quelli che vengono dai Balcani, albanesi dal Kosovo e dalla Macedonia in Svizzera, Rumeni, arabi ed'altre nazionalità meno adagiate delle nostre in Italia. Gli stranieri sono il 20% degli abitanti, «ma oltre il 50% dei criminali», ad esempio viene scientificamente elencato. Abuso ed esclusione. Nel vocabolario politico dei vari leader l’abuso sembra essere l’ossessione, l’esclusione la terapia. Ad abusare sono i «falsi invalidi», che gravano sulle assicurazioni statali, i «parassiti» che sfruttano l’assistenza sociale, i giovani delinquenti che approfittano del lassismo legale. E, sopra tutti, gli stranieri, che abusano pure del diritto di asilo, dell’ospitalità. Sono loro, si insiste, che «commettono delitti gravi, minacciano la nostra proprietà, come pure la nostra salute e la nostra vita». Suona molto convincente e populista affermare che: "In Svizzera lavorano 1,4 milioni di stranieri. In paragone a situazioni precarie di altri paesi, il cui numero di immigrati è comunque minore di quello elvetico, il nostro paese è sempre riuscito a garantire la pace sociale. La Svizzera è uno dei paesi con il più alto tasso di occupazione, nonostante l’alta percentuale di stranieri ( circa il 20%) presenti sul territorio. Le ragioni di un bilancio tanto positivo, vanno ricercate nel sistema liberale che caratterizza il mercato del lavoro in Svizzera." Fine dello slogan. In realtà presto anche in Italia assisteremo a delle strutture burocratiche coercitive, in cui come in questa realtà svizzera, l'elettorato si reca alle urne con una percentuale, mediamente di poco superiore ad un terzo e, ostinatamente, quasi sempre, vota contro gli interessi dei lavoratori e delle fasce sociali meno protette.


Usare lo strumento della democrazia "dovrebbe" nascere dal desiderio di vivere in condizioni politiche dignitose, senza essere né sudditi, né questuanti, ma partecipi delle scelte. Essere liberi di incidere nelle scelte guardando ai contenuti e senza cedere alla logica degli schieramenti. Più libertà di fare i propri affari puliti e non, è il risultato di tanta poca visione da parte di noi popolino quando ci lasciamo sedurre dal politico di turno che sventola il solito rosario fatto di bei propositi e null'altro. Le nazioni sono diventate delle rappresentanze delle aziende, e noi succubi di progetti che non sentiamo nostri, allontanati dal disgusto per la politica, ci rifugiamo sempre più nell'avere in tutte le sue forme abberranti.

Per ridimensionare questo tono poco allegro sulla libertà, e mettendola sulla satira, cosa dovremmo aspettarci se il petrolio, il famigerato idrocarburo fossile che tiene tutti gli occidentali col fiato sospeso in un clima di continua tensione, decidesse realmente di andare sulle stelle? Nauseato dal finimondo che si è scatenato intorno a lui in Iraq, l'anziano liquido bituminoso che tiene l'occidente sotto scacco dopo avere effettuato l'ultima grande impennata verso l'alto, è fuggito verso lo spazio profondo. Immediata reazione di George W. Bush: "Niente paura, lo scoveremo ovunque si nasconda". Il presidente Bush è stato categorico con gli ammassi stellari incriminati di nascondere l'oro nero: "sappiamo che nel nucleo di Bellatrix avvengono quotidianamente esplosioni nucleari, e che la cintura di Orione nasconde esplosivo ad alto potenziale: gli americani hanno il dovere morale di neutralizzare questa nuova minaccia". Sono libero di credere a fesserie meno serie di queste, o è più facile essere abbagliati dalla libertà promessa dal progresso, o dalla utopica illussione che un passaporto dovrebbe cambiare la mia esistenza?

Dove è rimasta la grande promessa che il progresso illimitato, vale a dire, di abbondanza materiale, della massima felicità per sempre più persone e di illimitata libertà personale si era prefisso? È stata tutto un raggiro? Grazie al progresso industriale, abbiamo creduto di essere sulla strada che porta a una produzione illimitata e quindi illimitati consumi. Non siamo ancora diventati padroni delle nostre esistenze, a parte le classi superiori, il quale esempio induceva a supporre che, alla fine, la nuova libertà sarebbe stata estesa a tutti i membri della società. Questa nuova religione chiamata progresso, costituita dalla trinità: produzione illimitata, assoluta libertà e felicità senza restrizioni, ha fornito ai suoi promotori e fedeli tanta energia e convinzione. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti coloro che provano un minimo di sentimento umano verso il prossimo. Per capire l'entità del trauma che oggi è prodotto dalla constatazione della erronea e speranzosa situazione di noi tutti, basti osservare come si eserciti sempre meno un controllo sulla natura piuttosto che sulla tecnica, le forze e le istituzioni che minacciano la specie umana. Dovremmo invece di eleggere come capri espiatori gli stranieri, responsabili di limitare le nostre libertà, porre attenzione e votare (chi può) coloro che hanno a cuore di lottare per le seguenti questioni:

1) Organizzare una produzione economica basata su un “consumo sano” non a prezzo della condizione patologica degli individui.

2) Dare la possibilità a tutti i cittadini di partecipare liberamente a livello economico e politico

3) Limitare la burocrazia e instaurare dei principi umanistici

4) Istituire un sistema di informazione davvero utile e messa al bando della pubblicità

5) Liberare le donne dal domino patriarcale

6) L’abisso esistente tra nazioni ricche e povere deve essere colmato

7) Dare con l'esempio, atto dell'importanza dell'istruzione e divulgazione della conoscenza

Erich Fromm in proposito dell'avere disse: "Nella modalità dell’avere sono gli oggetti a possederci. Essi non sono “cattivi” in se stessi ma possono diventarlo se interferiscono con la nostra libertà".

Rinunciare ad ogni bene superfluo per raggiungere un’intima ed equilibrata serenità è la mia proposta che, può essere interpretata in vari modi. Anche il desiderio di conoscere, di leggere, di confrontarsi potrebbe diventare un desiderio di possesso, d’avidità ed egoismo. Credo che anche in questo caso la miglior soluzione sia quella dell’equilibrio. La consapevolezza che la nostra anima ha bisogno di altre cose oltre al cellulare, le vacanze, la macchina, o al computer super veloce è già un buon passo. Di tanto in tanto cerchiamo di chiederci come alimentare il nostro spirito, cibandoci di immagini e concetti che dovremmo riuscire a far sempre più nostro bagaglio emozionale. Affinchè non sia una libertà fanfalùca, senza eccedere nell'anarchismo, basterebbe seguire il proprio sano istinto, e convincersi che il miglior prodotto che posso vendere è la mia professionalità,
il miglior guadagno è la mia libertà!




 

Naturalizzazione contestabile? 19/10
È un periodo di decisioni politiche e sociali di rilievo, in questo paese che per chi non è naturalizzato e si considera ospite "Gastarbeiter", ha forse un valore minore. La campagna elettorale in vista della fine della legislatura, come forse non accadeva da anni (o mai) ha visto dominare un'intolleranza, una polarizzazione personale e violenza fisica sconosciuta alla cultura politica svizzera. Si ottiene consenso distruggendo l'altro con slogan di persuasione basati sulla paura di perdere la propria stabilità sociale. Dall'altro fronte si intensificano gli accordi bilaterali con la comunità Europea per non perdere dei privilegi economici. Siamo dominati sia dall'alto di chi possiede il capitale e governa, che dal basso da un'individualismo sempre più accentuato e aberrante. Anche se i media tendono a mettere in risalto i fatti di cronaca (Berna), abbiamo tutti bisogno di nuovi legislatori che costruiscano e non distruggano, di fatti concreti e non delle ideologie fumose, delle soluzioni ai problemi della gente e non delle aggressioni personali. Le buone notizie non fanno notizia, eppure questo parlamento e consiglio federale, ha risanato i conti della Confederazione, ha frenato la spirale dei costi della salute e dei premi di cassa. Cito le poche cose buone che mi vengono in mente, ma sicuramente ve ne sono altre, e dico questo non per simpatizzare chi promuove questo o quel partito, ma per avere letto e confrontato le varie opinioni e dati apparentemente credibili. La ripresa economica è salita oltre il 2,5% annuo, ed è calata la disoccupazione. Leggendo altre notizie positive mi rendo conto della gravità di non informare con più vigore i cittadini dei bilanci assolutamente positivi. Invece assorbiamo i dibattiti sulle pecore bianconere, sui casi di cronaca giornalieri che riempiono i quotidiani di ogni specie. È da attribuire a coloro che per la necessità di bilancio tendono a dare notizie unicamente allo scopo di creare scalpore, sensazione che si opta per informarci delle varie follie umane, guerre, genocidi, scandali finanziari ecc.?

Ciò che più irrita la mia indole di persona veramente integrata in questo paese (non assimilata), è il discorso e dibattito sull'iniziativa 'Per naturalizzazioni democratiche', in cui si chiede di eliminare (laddove se ne voglia far uso) la decisione popolare di accettazione di "dono" del passaporto svizzero. Si vorrebbe in questa iniziativa rendere l'atto di naturalizzazione un atto amministrativo e non politico. In pratica il cittadino straniero non dovrà chiedere di entrare e di venire accettato dalla comunità in cui già vive, contribuendo sia con il lavoro e il pagamento delle imposte (ovvio) ad'esserne già membro a tutti gli effetti pratici. Perchè tanto accanimento per un semplice documento, che oltretutto non mi priva ne delle mie origini, aspetto e cultura, ma sopratutto non cambia il giudizio di chi già nutre a priori dei pregiudizi? È così essenziale che il resto della comunità mi accetti quando a malapena conosco il mio vicino di casa? È assolutamente aberrante e scandaloso che ancora vengano investite tante energie e risorse per temi di questo tipo. È come se in un condominio si dovesse decidere per il tipo di lavori di ristrutturazione, tenendo in considerazione unicamente chi possiede la nazionalità del paese in cui vive. Il pensare pregiudiziale è che noi "ospiti" per potere essere naturalizzati dobbiamo venire accettati. Se non lo siamo significa che non siamo integrati a sufficienza, pur parlando la lingua locale, adeguandomi agli usi e costumi, lavorando onestamente per mantenere la famiglia. È come se mancasse un tassello essenziale ribadirebbero i promotori di quel rifiuto, che non sono obbligati ad'accettare qualsiasi persona, che comunque vada rimarrà straniero. Con la sua campagna xenofoba, il suo culto della personalità e gli attacchi frequenti contro i principi fondamentali democratici, i promotori di tale idealismo, dovranno attendersi una resistenza massiccia nel futuro da parte di chi promuove l'opposto. Il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando abbiamo cominciato ad aprire gli occhi e a renderci conto che siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica, che con i suoi pensieri, manipola i nostri sentimenti e gusti. Le responsabilità sono dei governi, dell'industria che gestiscono i mezzi di comunicazione di massa. Il progresso o ripresa economica qui come anche in Italia ed'altri paesi è rimasto limitato a chi già possedeva molto, ampliando il divario tra ricchi e poveri. È veramente una cosa straordinaria che sebbene molti di noi siano contrari alle tirannie e alle dittature politiche accettino invece intimamente l'autorità e la tirannia di un altro che distorceranno le nostre menti e il nostro modo di vivere. Così se rifiutiamo completamente, non al livello intellettuale ma reale, qualsiasi cosiddetta autorità oppressiva, e i suoi dogmi, significa che siamo soli e siamo ormai in conflitto con la società; non siamo più degli esseri rispettabili. Un essere rispettabile non può in alcun modo avvicinarsi a quella infinita, incommensurabile realtà. Se voi vi dite al livello intellettuale che questo ripudio è veramente una buona idea ma in realtà non fate niente, non potrete più andare avanti. Se invece lo ripudiate perché ne comprendete la stupidita e l'immaturità, se lo rifiutate con straordinaria intelligenza, dal momento che siete libero e non spaventato, creerete in voi
stessi e intorno a voi un grande turbamento ma sfuggirete alla trappola della rispettabilita. In conclusione una pillola di saggezza del grande pensatore indiano "Krishnamurti" che dice: Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l'aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l'egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d'aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l'infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d'ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo.






Giovani Peter Pan? 10/07
Vorrei rispondere all'articolo apparso sulla Pagina il 4 luglio di Isabella La Rocca che con la consueta bravura stimola alla riflessione parlando dei giovani italiani chiamati da lei "Giovani Peter Pan". Sono d'accordissimo su ogni riga da lei espressa per quanto riguarda la situazione da lei descritta in Italia. In effetti non vi è molta scelta dovendo lottare oltre ai bassi salari alla situazione di precariato a cui sempre più si identifica e deve confrontare non solo il giovane. In Svizzera la situazione e leggermente diversa ma la tendenza almeno per le famiglie di origine latine o balcaniche è simile. Mi spiego; Se la situazione di mammismo è giustificato dalle ragioni economiche e sociali, io mi domando come fanno gli svizzeri o gli altri giovani d'oltre alpe, che appena terminano l'apprendistato o uno studio, la prima cosa a cui pensano (a differenza di noi) è di ampliare il loro campo di esperienze sia lavorative come anche linguistiche, con dei viaggi all'estero o vacanze culturali piuttosto che il solito rientro al proprio paese di origine come per la stra maggioranza di noi italiani avviene. Naturalmente generalizzo in quanto vi sono da ambo le parti situazioni simili, ma credo che la tendenza da me descritta sia giusta. Quanti di noi italiani sono stati in luoghi remoti nelle loro vacanze e hanno avuto un contatto diretto con altre culture completamente opposte alle nostre, provato altre specialita culinarie, conosciuto melodie nuove e sopratutto visto altri stili di vita sociali, religiosi con mentalità opposte alle nostre?. Per viaggi che arricchiscono le proprie vedute non intendo i luoghi turistici con tanto di animatore e gite programmate, unite a sfrenate nottate nei locali notturni.

Ovviamente ci si chiede a quale pro nutrire interessi esclusivamente culturali se la realtà descritta da Isabella La Rocca è qui tra le nostre mura, e perchè dopo avere lavorato per undici mesi non si abbia diritto alla vacanza all'insegna del relax e svago? Parlo per esperienza diretta avendo fatto molte esperienze sia di carattere turistico ma prevalentemente di contenuti culturali. Così dal mio rinnovato punto di vista acquisito tramite i mie trascorsi posso tranquillamente affermare che più che le difficoltà economiche sono i problemi e interessi personali (anche in Italia) a determinare la situazione critica dei giovani o trentenni. Se a trentanni mi ritrovo con l'avere più di un credito o mutuo da pagare mensilmente, e il mio tenore di vita supera le mie reali possibilità, sarò orientato esclusivamente ad'una vita ricca di contenuti materiali in cui gli anni giovanili avranno un trascorso dettato dalle fatture da pagare, piuttosto che dai reali appagamenti di altra natura che a causa delle mie scelte ormai devo compiere inesorabilmente.

Volendo rimanere eternamente giovani la famiglia ha un valore secondario. D'altronde tutto questo discorso è valido anche per le atre fascie di età. Oggi è possibile fare un prestito per qualsiasi desiderio espresso in tempo reale e come d'incanto la banca fornisce i liquidi necessari con tanto di interessi. La questione dei trentenni soli e delusi, sfiduciati e soli con evidenti difficoltà di comunicazione più che vittime li definirei ostaggi in cerca di altre vittime che si occupino di

riparare i propri errori. È evidente che la generazione precedente, illusa e abbagliata da tanto benessere non ha più saputo trasmettere quei valori essenziali che i loro padri con l'esempio fatto di sacrifici ha conseguito. La mancanza di adattamento, il non volere viaggiare e la mancata volontà di cambiamento fanno si che risulti più comodo e rapido non agire, per conseguire le cose che vogliamo. La politica sicuramente ha le sue responsabilità essendo sempre più in mano alle aziende che addirittura le finanziano, comprando oltre ai mezzi di comunicazioni, il mercato del lavoro pilotato secondo gli interessi degli azionisti ecc.. Importando mano d'opera a basso costo tramite l'emigrazione (spesso clandestina) o trasferendo la produzione nei paesi più vantaggiosi per i costi di produzione.

Vi sono molti esempi di brillanti giovani che con le proprie forze in ogni contesto sociale hanno raggiunto posizioni ragguardevoli, godendo di stima e meritato benessere anche intellettuale. Leggendo vari blog italiani che trattano l'argomento "lavoro" noto molta sofferenza e rassegnazione, e ciò deve fare riflettere del perchè si sia creata questa situazione. La mia umile ricetta parte ovviamente dalla meritocrazia, dallo studio e passione nelle cose che facciamo. I veri modelli non sono gli attori, calciatori o le veline, ma le persone comuni che con il lavoro di tutti i giorni e con l'agire onestamente "dovrebbero" contribuire al bene comune. Decisamente la meritocrazia è un concetto che in Italia fatica a farsi strada. Siamo prigionieri di mille e mille lacci e lacciuoli costituiti dagli interessi personali (o corporativi) e allergici ad ogni cosa o novità che possa portare ad un cambiamento della situazione (certo forse negativo, ma non è detto). Come disse un grande pensatore "la volontà di potenza si configura come un sì alla vita, in ogni momento e in ogni aspetto, anche al dolore che essa comporta e contiene: non é mai negazione della vita nè é subordinata a fini trascendenti ancora da venire. Solo la disciplina formativa del grande dolore, non la compassione, é creatrice di ogni eccellenza umana.Il mio motto non è "Quel che é giusto per uno deve essere giusto per l'altro". Non esistono fatti, ma solo interpretazioni!. Comunque in questo periodo dell'anno molti di noi preparano le valigi per godersi una meritata vacanza nel nostro bel paese, nonostante ne parlino spesso male durante l'anno (a parte le cose frivole come la cucina e il clima e sicuramente la gente così aperta). È solo questione di interpretazione.






Cambio generazionale 02/03

Definizione/Premesse
La prima generazione è costituita da persone che sono immigrate in Svizzera da adulti o da giovani e hanno frequentato pochi anni o nessuno di scuola in questo Paese. La seconda generazione è costituita dai figli degli immigrati. Essi sono nati in Svizzera o sono immigrati da bambini e vi hanno frequentato la maggior parte degli anni della scuola dell'obbligo, trascorrendovi la loro infanzia e gioventù. La terza generazione è costituita di persone nate in Svizzera e che hanno almeno uno dei genitori appartenente alla seconda generazione di stranieri. Fin qui tutto banalmente risaputo e definito. È oltretutto ambiguo rivolgersi a persone che hanno vissuto la gioventù in un'epoca diversa dalla mia o che ancora sono più giovani. E non so quanto vale la pena di stare qui a parlare del disagio giovanile, migrazione ecc…. È come girare sempre intorno agli stessi argomenti, come se noi della seconda generazione volessimo insegnare delle cose nuove a chi possiede più esperienza di vita, o riempire di consigli la terza generazione. Questa idea mi sembra un po’ retorica, e non è questa la mia intenzione. Questa mia riflessione si rivolge a tutte le persone di qualsiasi categoria sociale e di età. Non essendo io dotto, questo mio scritto come tutti li altri creati sul mio sito personale (pluchinik.ch), sono di carattere assolutamente neutro e unicamente riflessivo. Se ho scritto dati non completi, o creato malumore tra una delle generazioni da me menzionate, il migliore modo per ricorrere al riparo sarebbe una pronta replica (per chi legge), che io accoglierò come incentivo e miglioramento personale.

Scopo
1) Chiarire il concetto di solidarietà
2) Utopia di primavera
3) Definire una volta per tutte quale sia la mia (nostra) identità
4) Made in Italy?
5) Conclusioni

Prime considerazioni
A parte le mie considerazioni personali un vero cambio generazionale, tra i nostri padri, inteso come lavoratori provenienti da un paese (all'epoca) meno generoso, (come se oggi lo fosse) non vi è stato, nel senso di una continuità dei costumi e aspirazioni. Un tempo chi veniva da un'altro paese per lavorare in Svizzera, era orientato a non integrarsi ma a ghettizzarsi tra i propri simili. Il sogno era in modo inequivocabile il rientro dopo decenni
di sacrifici (spesso umiliazioni), per poi in età avanzata ritrovarsi una seconda volta stranieri nel paese di origine al rientro. Qui veniamo alla vera differenza di noi generazione nata a cavallo tra gli anni 60-70, che queste ambizioni neanche le abbiamo mai sogniate. Oggi noi stessi insegniamo ai nostri figli la cultura del non sacrificio! Inoltre gran parte della mia generazione, oltre a quella che segue non solo ha oggi, e sempre meno in futuro problemi di integrazione, essendo quasi completamente simili, cioè assimilati nel tessuto sociale, linguistico ecc..., ma giudica in modo critico le sue radici a volte rinnegandole. Prendendo come modello altri paesi in cui la nostra emigrazione è stata più forte oltre che avvenuta molto prima (vedi USA), e dettata da distanze geografiche non trascurabili, Il destino o vero cambio generazionale a mio modo di vedere, sarà una quasi totale scomparsa della nostra identità. È un processo lento ma inesorabile. Quando l'unico patriottismo e senso di comunità si esprime ogni quattro anni con l'evento dei mondiali, la cultura di quel paese o la comunità rappresentata ha davvero poco da offrire della propria identità di origine. Non vi sono più interessi che spingano le masse viste durante i mondiali di calcio (quasi 300’000 italiani in Svizzera) a rivendicare più diritti nella società , in cui noi contribuiamo al benessere, pagando regolarmente le tasse, ma siamo ancora trattati come cittadini di serie B. Pensiamo alla forza d'urto di quel 9 di luglio quando vincemmo il mondiale, e a quanta forza potrebbe generare per le questioni sopra indicate che ci interessano più da vicino. La prova che la nostra comunità italica è inesistente, è data da un valore che oggi suona quasi come una bestemmia, in tutto il mondo benestante. La solidarietà...

La Solidarietà
Si propone di essere una forma di collegamento stabile tra comitati, associazioni, gruppi, collettivi, singoli/e attivisti/e che esprimono in vario modo lo sforzo multiforme di autorganizzazione per l’affermazione dei diritti, della libertà, della dignità dei cittadini/e immigrati/e in Svizzera. In un'altro contesto ben più drammatico(terzo mondo) la solidarietà si esprime nelle sofferenze, nelle mancanze, nella fame, nelle malattie. Dovremmo sapere il significato quando a volte manca la carezza dei genitori, il bacio del nonno, l’abbraccio del fratello e la mano del conoscente. In quei momenti stiamo imparando il vero senso della solidarietà, quella vera, non la carità e l'ipocrisia. Il paese ospitante che sia la Svizzera o l’Italia dovrebbe attraverso delle appropriate leggi e un senso più umano tra la popolazione, imparare di più e insegnare a porgere la mano a tutti quelli che soffrono per le ingiustizie del potere e per la mancanza di diritti, e a coloro che lottano per conquistare il meglio per tutti. La società moderna è pluralista solo per quanto riguarda ai doveri? Anche all’interno delle associazioni varie di etnie diverse, dovrebbero riunirsi persone e realtà con caratteristiche ed idee politiche, convinzioni filosofiche e religiose diverse. Considerare questa molteplicità una forza e ricchezza basando i rapporti sulla libera discussione e il rispetto reciproco.



Utopia di primavera

1) L'unificazione di tutte le associazioni in un unico grande movimento allo stato nascente, senza differenza di generazione, idea politica o strato sociale. Un movimento non in senso associativo o politico. Attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, utilizzando vari blog e forum sui temi più svariati che ci riguardano da vicino, potremmo sentirci uniti e solidari con i cittadini o partiti antirazzisti per garantire la conquista dei diritti fondamentali (che sono diritti universali) per tutti. Mi riferisco al diritto ad un impiego, alla sanità per non parlare dei bassi salari in certi settori. Chiarendo che noi immigrati siamo svantaggiati rispetto ai cittadini svizzeri, poiché in migliaia sono privi di permesso di soggiorno, così come di documenti di "cittadinanza". Considerarsi alleati di queste categorie più svantaggiate nella lotta, e non come potenziali concorrenti nel mondo del lavoro. In questo senso, tutte le generazioni dovranno essere solidali con le lotte dei lavoratori e lavoratrici e disoccupati e comunque in stato precario. In sintesi, vorrei l'uguaglianza di diritti e di doveri per tutti/e. Da almeno dieci anni l'Europa ufficiale, degli stati, dei governi, dei mass media presenta l'immigrazione come un problema essenzialmente di ordine pubblico, da affidare sempre più alle polizie, alle marine militari, alle carceri, ai centri di detenzione. Ed è così che la massa degli immigrati, composta nella sua quasi totalità di lavoratori , forzati all'emigrazione dalla devastazione di crescenti aree del Sud del mondo, è criminalizzata come un pericolo da cui proteggersi con ogni mezzo. Immigrazione zero! Si tuona da più parti; o almeno, immigrazione rigorosamente contingentata. Nei fatti, però, per reggere all'asprissima competizione sui mercati mondializzati, i capitalismi europei hanno un bisogno inesauribile di manodopera a basso costo ultra-ricattabile, da mettere in concorrenza con i lavoratori autoctoni. Nessuna forza-lavoro quanto quella immigrata risponde, forzatamente, a tali caratteristiche. Non è difficile, perciò, scorgere, sotto la cortina fumogena dell'"immigrazione zero", la dura realtà di un'immigrazione "a zero diritti", di donne e uomini costretti alla clandestinità" e ad un'indefinita precarietà lavorativa ed esistenziale.( Tra coloro che leggono queste righe nessuno credo vive queste realtà.)

2) Per i più giovani un impegno maggiore in ambito scolastico rispetto ai loro colleghi “di origine” svizzera, sia per la selezione che avviene nel sistema scolastico (a differenza che in natura, non a vantaggio dei più adattabili o forti) come anche più avanti nel mondo del lavoro. È un diritto di ogni paese proteggere la propria cultura o i posti di lavoro o più ambiti, ma la meritocrazia (cui noi italiani non siamo certo dei maestri) dovrebbe avere più peso.

3) Più sforzo e impegno con il sostegno della famiglia, che messe da parte le varie nevrosi e paure fatte di vittimismo e scarsa fiducia e interesse sia delle istituzioni come anche di quel pessimismo nei confronti del proprio futuro e dei loro figli, dovranno aiutare realmente sia a riconoscere o riscoprire le proprie radici, ma anche di affermarsi in questo paese con dignità senza volere a tutti i costi, dimostrarlo mandando e forzando i propri figli in una scuola superiore. La scuola non è più o non lo è mai stata, una preparazione alla vita (come invece dovrebbe) ma una semplice preparazione o mantenimento delle attuali classi sociali che si formano. Spetta alle nuove generazioni rompere questo andamento. Come? Lasciando da parte un comportamento diverso che non lotta contro un potere occulto, ma assimilando il lato migliore di questo paese sia per il proprio interesse come quello delle proprie famiglie, che non devono vedersi costrette a mantenere gli studi di giovani stranieri, e arricchire le scuole private per affermare il potenziale dei propri figli. Vedere il frequentare le scuole dell’obbligo e (se vi è la capacità) arrivare al ginnasio per accedere poi all’università, come un diritto e non un privilegio! Inoltre è un bene che esitano settimanali come La Pagina ed altri, che vi siano le varie associazioni, i corsi di lingua e cultura. Ma per sopravvivere non basta orientarsi sempre e unicamente all'Italia, ma sopratutto a questo paese, che interessa sicuramente di più ai veri portatori dei nostri valori italici. Perchè tante informazioni su come noi stranieri potremmo muoverci in caso di incertezze, abusi ed altri casi di bisogno non sono divulgati dai media italici in questa zona della Svizzera?

4) Utilizzare lo strumento del voto per chi possiede la doppia cittadinanza, senza ridurre l’acquisizione del passaporto a una questione propriamente di interesse individuale. Il vero traguardo che io propongo è l’affermarsi di noi tutti italiani e stranieri in ogni settore, senza limiti o freni protezionistici da parte di chi si sente a casa propria, né di noi che non siamo ospiti ma membri a tutti gli effetti di questo paese! Che poi un giovane scelga un lavoro meno retributivo, o comunque non voglia percorrere un cammino accademico, ciò non significa automaticamente che dietro vi siano piani occulti discriminanti.


Identità

Ha più senso averne una? Vorrei capire se l'identità nazionale ha più senso o se dobbiamo tutti sentirci più uguali. La mia affermazione "cuore italico e ragione svizzera" penso sia appropriata e ci trovi tutti concordi.
Identità ma quale? Politica, sociale, etica, filosofica, metafisica o virtuale? Difficile categorizzare una parola cosi generalmente e malamente stuprata sin dall’epoca dei primi pensatori greci. Io nel mio piccolo mi limiterà all'identità individuale. Essa richiede l’identificazione di una persona, l’individuazione colta in tutta la sua irripetibilità. Per cui per parlare ad esempio dei più giovani è notevole l‘immagine positiva che essi hanno di sé. Questo si può sicuramente spiegare con il fatto che frequentano (chi può) scuole di prestigio, che in futuro gli permetterà di scegliere la professione che desiderano e di determinare la loro vita come desiderano. Tutto questo per i "Tersero" è facilitato non più dall'integrazione ma dall'assimilazione della società in cui vivono. Per molti italiani di seconda e terza generazione la loro patria in fondo è l‘Italia, ma si è mostrato che l‘integrazione nella società svizzera è abbastanza avanzata, il che si rispecchia anche nelle loro amicizie in parte sempre più svizzere o comunque non più ghettizzate. Importante da menzionare, è anche il fatto che la parola identità nei nostri giorni non è più così facile da definire. L'identità è definita sia dall‘individualità come anche dalla multiculturalità, e in Svizzera influiscono in maniera differente, così che a volte accade che nemmeno la gente svizzera sente una vera identità autenticamente. La mia identità la descriverei svizzera per i principi di ordine e serietà in ambito professionale e educativo. Mentre la parte cosiddetta personale che comprende il vivere sociale, le varie passioni che vanno dalla musica allo sport, piuttosto che gli interessi culturali, sono esclusivamente di stampo italico. In che misura intendo come nazionale la mia cultura? Quanto corrisponde alla realtà in cui vivo? E’ soppiantata la mia identità italica che per decenni i nostri padri e nonni hanno difeso dalla "ragione economica" nell'ambito del mercato globale? Il discorso meriterebbe una riflessione a parte dal titolo "Identità nazionale oggi in Europa".


Made in Italy?

È un termine che definisce come siano certificati i prodotti che almeno l’80% dei costi di lavorazione sono imputabili a fasi produttive che avvengono in Italia. Mi pongo il quesito sul senso oggi delle associazioni, giornali, corsi e tutto ciò che di italiano è offerto in questa regione della Svizzera, abbia una prospettiva per i posteri, o se alimenti semplicemente i partecipanti di seconda o prima generazione, seduti al banchetto offerto dai contributi statali provenienti dalla nostra patria, o se in un futuro il mondo italico e mediatico si trasformi in un semplice " Made in Italy" da commercializzare come prodotto.

Fashion, food, wine, shopping, cars and travel sono parole ormai entrate nel nostro vocabolario, soprattutto parlando di noi italiani. Ogni attività culturale sta nell’assunzione di uno strumento per incidere con esso sull’ambiente, trasformarlo, trarne le risorse per vivere. Si può asserire appunto che la cultura consiste nella capacità propria dell’uomo, e solo sua, di aggiungere alla dotazione somatica, fisiologica, ricevuta da madre natura, qualche strumento materiale capace di potenziarne l’intervento. Il nostro materialismo culturale, dunque, oltre che esser detto mediale, potrà altrettanto bene esser detto tecnologico. Ben vengano queste iniziative che contribuiscono al benessere, ma non c’è bisogno di stabilire una pesante gerarchia, un ordine prioritario, tra strumenti materiali e simboli ideali. In termine di contributi statali essendo lo stato italiano come gran parte di altri stati orientato sempre meno al sociale, e più all’ideologia liberale. Essa richiede l’integrazione economica tra i diversi Stati nazionali (o globalizzazione economica), perché permette agli individui di disporre di un più ampio ventaglio di scelte. Non accetta, invece, l’integrazione politica (o globalizzazione giuridica) perché considera l’intervento dello Stato un arbitrio. Un presupposto del liberalismo, infatti, è che lo Stato quando agisce può limitare fortemente i diritti individuali. Per cui il tutto è ridotto ad un “Italy Made” per l’economia dei privati, e non per un bene comune di noi comunità italiana che vive nel nostro caso in Svizzera.

Conclusioni

Il tema da me posto “Cambio Generazionale” e le mie considerazioni sono forse irrealizzabili soprattutto nell’ambito sociale, dove il “villaggio globale” sempre più sta conquistando terreno e l’individualismo fa da padrone. La ragione del mio sforzo sia riflessivo come anche nella vita di conservare una propria identità, dignità e capacità di agire secondo le proprie aspirazioni è importante. Smetterla di sentirsi vittime e avere un’atteggiamento positivo di un sistema che premia prima di tutto i più capaci, e non puntare tutte le energie unicamente sulla scuola o il lavoro, per non entrare in quel circolo di egoismi che spesso dominano il rapporto con gli altri. Informare attraverso questo importante giornale quale io ritengo La Pagina noi tutti italofoni sui reali problemi di questo paese, mettendo da parte le infinite dispute tra i vari rappresentanti delle vari associazioni su questioni che interessano solo ai diretti interessati che si fanno così facendo molta propaganda. Il protagonismo è nella vita quotidiana e le ambizioni delle nuove generazioni dovranno prendere come modello tutte le azioni positive, gli sforzi e i sacrifici delle generazioni che le hanno precedute. Concludendo in bellezza citerò uno degli autori a me più cari:
Friedrich Nietzsche- Non vogliate nulla al di là della vostra capacità: hanno una falsità odiosa quelli che vogliono al di là delle proprie capacità. Soprattutto quando vogliono cose grandi! Poiché suscitano diffidenza verso le cose grandi, questi raffinati falsari e commedianti: - - finché diventano falsi con se stessi, strabici, pieni di vermi e riverniciati, ammantati di parole forti, di virtù da esposizione, di opere splendenti e false..





 

Risse e bagarre 11/02

Leggendo i vari quotidiani svizzeri ho notato una intensificazione del fenomeno di episodi di violenza. Il violento tipo è svizzero e ha 25 anni, una formazione professionale e un lavoro. Contrariamente alla propaganda che indica il profilo dei giovani violenti di origine balcanica o comunque straniera. Ciò mi ha sorpreso data la propaganda a svafore degli stranieri. Per dare qualche numero, nel 2001 i ricoverati nella confederazione riconducibili a risse erano 150. Lo scorso anno la cifra è salita a 300, confermate sia dal direttore del pronto soccorso dell'Intelspital bernese, e dei quotidiani 24 heures e Tribune de Genève. Anche in Svizzera la violenza nella famiglia è un dato di fatto. Una forma di comportamento improntata al rispetto e al dialogo non è ovvia nell'ambito familiare. Violenza rivolta direttamente contro il bambino o contro altri membri della famiglia.

Vi è dunque un'intensificazione del fenomeno durante i weekend. Questo trend da un lato è preoccupante da un'altro conferma la media europea di violenza tra i giovani. Ma chi sono i violenti mi chiedo? Sulle strade faccio fatica a identificarli. La mattina quando utilizzo i mezzi pubblici osservo bravi cittadini giovani e no, che con ordine soldatesco vanno al lavoro. Regna spesso un silenzio irreale a confronto di un metrò berlinese o parigino. Sempre secondo l'inchiesta svolta e letta sui giornali, non si tratta nè di emarginati, nè di disoccupati, nè di candidati all'asilo. La violenza del sabato sera sta comunque diventando un fenomeno di società e riconducibile al sempre più alto consumo di alcool e droghe varie.

Non esistono ricette e misure semplici contro la violenza giovanile. Un importante contributo può essere però fornito dalle figure educative più vicine al giovane come i genitori e gli insegnanti. Anche nell'ambito sportivo aumenta sempre più l'aggresività. Mio figlio frequenta da circa tre anni una scuola di arti marziali, ma sono testimone a differenza di cosa potrebbe sembrare, a parte i 10 minuti di combattimento, regna la più civile e alta ripettosità nei confronti sia dell'avversario come anche dei propi compagni. Non si può dire la stessa cosa per altri sport come il calcio o l'hockey dove a cominciare dai genitori (senza generalizzare) vi è un'agonismo spesso esasperato che ben presto toglie al bambino la gioia del gioco. Senza volere enunciare consigli profetici, o criticare le nuove generazioni come spesso accade per noi adulti. Diventerei palloso e scontato. Scriverò unicamanente le mie idee che cerco di mettere in pratica con i miei figli, o perlomeno mi attendo dalle istituzioni.

L'aiuto solidale
È' importante che i giovani abbiano fiducia in se stessi, che sviluppino una propria volontà e, se necessario, sappiano anche dire chiaramente di "no". Per far questo hanno bisogno del sostegno e della collaborazione dei genitori, degli insegnanti e di persone di riferimento, di fiducia che facciano parte del loro ambiente e delle istituzioni pubbliche.
A questo proposito direi che spesso servono anche i no da parte di noi genitori.

Svolgere la funzione di esempio
E' necessario fornire esempi di sincerità, correttezza e tolleranza. I giovani violenti e criminali spesso hanno subito violenze essi stessi. In questo modo imparano: i problemi si risolvono con la violenza fisica e psicologica.

Parlare della violenza
I colloqui e i giochi di ruolo possono aiutare a capire situazioni difficili (ricatti di altri scolari, bande che vogliono provocare o compagni che vengono picchiati davanti ai nostri occhi) e a gestirle agendo nel mondo giusto.

Riconoscere i segnali
Segnali di allarme che possono denotare l'esistenza di violenza nella scuola:

* Rifiuto della scuola.
* Comportamento alimentare anormale e disturbi nervosi del giovane.
* Progressivo isolamento del giovane.

E tante altre considerazioni cui sono pieni libri di psicologia, sociologia e consigli pratici da parte di riviste specializzate ecc...

Il punto che da parte mia vorrei sottolineare come ricetta personale è questa:

Inculcare ai propi figli l'ordine, la pulizia e la disciplina nella vita di tutti i giorni. Senza per questo dimenticare il divertimento sano senza molti mezzi tecnologici, o parchi artificiali. Senza delegare il loro divertimento ai passatempi sedentari tipo il computer o la Playstation. Intraprendere attività di lavori manuali e sportivi in cui la creatività facci da padrona. Dedicare il più tempo possibile ai loro interessi, laciandoli giocare spesso tra di loro. Se possibile rinunciare ad un livello di vita più elevato ma lasciare alla madre il compito "principale" dell'educazione durante la giornata. Non dico di possedere la formula magica per evitare la violenza tra i giovani, dato che essa è parte anche del mondo di noi adulti. Il compito è arduo ma vale la pena lavorarci sopra con amore. Sopratutto insegnare il formarsi di una propia personalità dove facci da padrone l'essere e non l'avere.




 


Andamento demografico
Dal 1972 l'andamento delle nascite non è sufficiente ad assicurare una costante crescita demografica. Nel 1998, per la prima volta da quando nel 1871 venne iniziata la raccolta dati, tra i cittadini svizzeri i decessi hanno superato le nascite.

Secondo una previsione effettuata nel 2004, nel corso decennio dal 2003 al 2012, il numero di bambini in età scolare (7-15 anni) diminuirà di circa 100.000. Dal 1993 l'aumento della popolazione svizzera è da attribuirsi esclusivamente alle naturalizzazioni di cittadini stranieri.



Periodo 2006

La paura verso gli immigrati 2/10
Domenica 24 Settembre il popolo svizzero ha votato a favore delle revisioni delle leggi sugli stranieri e sull'asilo. Sicuramente questo risultato peraltro previsto, è stato una doccia fredda non solo per i partiti di sinistra, ma anche per le orgamizzazioni culturali e umanitarie. Dopo secoli di tradizione umanitaria. la Svizzera è diventato oggi uno dei paesi con una legge d'asilo più severe d'Europa. Senza entrare nei dettagli dato che non esprimo su questo sito opinioni politiche, di fatto viviamo in un paese con dei cittadini che nonostante abbino gli stessi doveri, di fatto con questa legge ci differenzia in cittadini di serie A e cittadini di serie B. È di fatto entrata nei nostri modi di pensare il ragionare esclusivamente per ragioni economiche, più che di aspetti umanitari. Parlando con uno dei rari colleghi sul lavoro che esprimeva una sua opinione sulla questione, mi diceva cinicamente che sicuramente se una simile votazione venisse fatta in qualche altro paese Europeo i risultati sarebbere stati li stessi. Non ne sono del tutto convinto anche se la tendenza dove vige più benessere è quella: Temere lo straniero con delle paure sulla nostra sicurezza sia sociale come anche economica. Per tornare al risultato del'ultima votazione in Svizzera io credo sia stato fatto un'ulteriore passo indietro e chiusura di fronte all'immigrazione, una vittoria della "chiusura di sè" e del rifiuto delle differenze, oltre che dall'esaltazione del sentimento nazionale. Si fa di ogni erba un fascio, confondendo noi tutti lavoratori stranieri o immigrati e qualche deliquente. Io ringrazio tutti coloro che da ex-immigrati hanno votato contro questa legge. Avere sacrificato alcune ore del vostro prezioso fine settimana per votare contro una legge poco umanitaria riempe di orgoglio. Ciò che irrita maggiormante la mia riflessione, è che la tendenza all'egoismo è vecchia come la cultura. In ogni epoca si diffidava e si combatteva lo straniero per timore di perdere i propi previlegi. Eppure quante di queste persone evocano la religione quando la domenica (pochi) frequentando la S.Messa e lodano i testi evangelici che invocano l'amore per il prossimo, per poi entrare in cabina elettorale e mettere un segno sulla scheda, che indica l'opposto di ciò che essi approvavano prima nei locali sacri. Aggiungerei che molti miei concittadini la pensano come molti di coloro che temono lo straniero. Dimenticando le propie origini e quelle dei loro padri che con il loro sudore hanno contribuito allo sviluppo di questo paese. Ovviamente si giustifica il tutto dicendo che noi italiani siamo integrati e che queste leggi restrittive riguardano altre fasce di stranieri meno graditi. In realtà sono molto graditi i "sans papier" che svolgono a miliaia dei lavori umili e in nero. Quanto egoismo regna nel benessere, e quanta ignoranza regna nella povertà che si illude di trovare alle nostre latitudini la felicità e sicurezza che manca nei loro paesi martoriari da guerre fraticidi o in nome di religioni antiche, che mascherano un'unico vero obiettivo: gli affari!!! Sono discorsi quasi retorici e fastidiosi i miei, ma mi sento nel previlegio di esprimere almeno a questi livelli di libertà (web). Se poi qualcuno avrà la costanza di leggere e in qualche modi la mia riflessione avrà dato qualche lampo di amore in più verso chi è diverso a noi, io avrò raggiunto il mio scopo.





Periodo 2005

La propaganda sbagliata 15/06
Sono un'attento lettore di molte cose che succedono in questo paese. Naturalmente mi appoggio sulla stampa locale tipo "Tages Anzeiger", "20 Minuten", Facts" e così via. Insomma tutto ciò che capita oltre alla fedelissima "La Pagina" che trattandosi di un'settimanale di emmigrazione, spesso prende le parti di noi emmigrati, trattando argomenti sociali e d' associazione. Noto in molti cittadini che non hanno la fortuna o il tempo che io mi prendo passionatamente, un riflesso incondizionato nei confronti dei paesi più grandi. Sopratutto quando si tratta di ficcare il naso nel nostro bel paese. Forse (ma non tanto) per oscurare i mali oscuri del propio paese, regolarmente leggo a volte piccoli e a volte a titoli da prima pagina le malfatte dei vari Berlusconi di turno. A cominciare dai ministri, alla camorra, la violenza negli stadi, per prendersela in modo martellante sul mal funzionamento dello stato italiano. Tanto che spesso quando dialogo con lo svizzero o italo-svizzero medio impera l'equivalenza mafia-Italia in ogni settore. Possibile che che tutti i lati negativi debbano prendere il sopravvento, con il tacito consenso della stragrande maggioranza della popolazione. Diciamo che già vi sono molti luoghi comuni che noi abbiniamo al prodotto Italia. Quando si tratta di parlare dello stile di vita, sociale, disciplinare e politico per non parlare poi dell'onestà messa sempre in dubbio appena valchiamo la frontiera, abbiamo le idee molto chiare e precise. Poi una volta a contatto con il clima favorevole,  davanti ad un buon piatto di qualche specialità in giro tra le nostre regione così ricche di cultura culinaria, ci sentiamo più tolleranti. Anzi molti svizzero-italiani di colpo sono dei veri italiani, e lo si denota dalla sforzo con la quale si esprimono con fatica in un buon italiano parlandolo grammaticalmete in modo scorretto.

Senza distinguere tra noi italofoni nati e cresciuti in Svizzera e gli italiani che vivono in Italia, io direi che nessun giudizio è corretto. È sbagliato parlare bene o male di qualcosa che non conosciamo a fondo. Tuttalpiù si potrebbe parlare delle propie esperienze. È sciocco volere fare gli italianissimi dato che viviamo in un'altro paese. È sbagliato anche negare le propie origini o peggio ancora seguire il flusso di opinioni negative sul nostro bel paese che vige qui in Svizzera.

In genere noi potremmo argomentare con sicurezza pochi temi. Sul nostro lavoro qualche informazione che leggiamo quà e là sui giornali locali e poi basta! Ecco una lista delle cose che non conosciamo e crediamo di conoscere:

un motore a scoppio, Computer, economia, medicina, biologia, scienze naturali, matematica, religione, storia dei popoli e migrazioni, astronomia, genetica, politica, gastronomia, psicologia, filosofia ecc...

Questo per dimostrare che pochi specialisti possono argomentare sui temi a loro consoni, mentre noi popolino dovremmo ascoltare e meditare sulla complessità dei temi da loro trattati. Io conosco a malapena il paese nel quale vivo figuriamoci se posso dare dei giuduzi su altri paesi che vivono altre realtà. Per questo ritengo abbastanza superfluo ragionare in termini di confronto, credendo quasi sempre di stare dalla parte del giusto, argomentando poi le opinioni dei giornalisti dei paesi nei quali viviamo. Abbiamo tutti lo stesso sangue, i stessi desideri e sogni. La globalizazzione uniformerà sempre più i nostri costumi. Molte lingue scompariranno come anche molte tradizioni secolari tramandateci da generazioni. Saremmo sempre più simili e ciò nonostante nelle nostre menti abbiamo difficoltà ad accettarlo. Per questo molte correnti nazionaliste si rinforzeranno dandoci l'illusione di appartenenza. In tutto questo discorso che vorrei avesse un fine, io dico che dovremmo cercare le cose positive e umanamente reali che ci uniscono. Senza assumere toni da predica domenicale dovremmo amare il nostro prossimo perchè siamo tutti fratelli di un'unica madre che non è dio o qualche altra entità astrale, ma la natura! Essa potrebbe insegnarci che vi è un solo motivo per cui valga la pena lottare, ossia la sopravivenza. Per il resto è la nostra infelicità a spingerci verso forme razziste o contro chi potrebbe mettere in pericolo il nostro benessere. Le mie ultime parole sul tema sono: Fintanto che la distribuzione delle ricchezze di tutti i beni di consumo e delle materie prime non assumeranno una svolta, aumentereranno sempre più le ingiustizie, le migrazioni, le guerre e la paura dello straniero da parte nostra. Molti dovrebbero vedere la più sfrenata ricchezza per capire su quali basi morali si appoggi. Molti dovrebbero visitare la più miserabile povertà per capire come essa formi le menti abberrate che nel futuro esploderanno sotto molte forme di violenza. Amo la Svizzera come amo qualsiasi altro paese senza dovermi identificare in nessun modello più giusto rispetto ad un'altro. Amo i luoghi nei quali sono cresciuto, il quartiere quattro di Zurigo città, le montagne e i laghi incantati di questo meraviglioso angolo di terra, ma non amo l'egoismo o individualismo in eccesso che fa da padrone in ogni istante si in questo come in altri paesi confinanti. La parola d'ordine è amare e odiare indifferentemente dalla provenienza, ma in base alle ragioni!

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Last modified Dezember 15, 2013